HAI SBAGLIATO

“Nonna non lo sai che quando Gesù è nato a Betlemme faceva caldo? E se tu ci vuoi andare adesso puoi farti ancora una vacanza di sole, ce lo ha detto ieri la maestra” mi fa notare la nipotina mentre in piedi sulla sedia osserva attentamente, sopra ad un mobile alto laccato di bianco, l’allestimento del “mio” presepe, lungo quasi due metri completamente sovraffollato di personaggi e di animali.

“Amore, ho sempre saputo che il clima laggiù in Palestina è caldo e temperato” rispondo mentre sto ultimando la sciacquatura dei piatti.

“Allora hai sbagliato. Perché hai messo la statuina dell’arrotino che ha una lunga sciarpa di lana ed il cappello pesante in testa?”  Già, bella domanda, perché?  “Nonna io lo so, lo so io perché.”

“Forse a San Giuseppe poteva serviva un coltello affilato?” domando spiritosamente.

“Ma noooo, nonna non scherzare. Non ti ricordi più che ogni anno, da quando tu ti sei sposata, compri una nuova statuina a dicembre per festeggiare Gesù che nasce?”

Mi fingo oltremodo smemorata: “Brava, adesso lo ricordo: per quest’anno ho acquistato sia un personaggio che due pecorelle.”   “Non devi dirmi quali sono. Non mi spoilerare, ok? Li voglio indovinare io”.

“Spoilerare? Ho capito bene? Non conosco il significato di questa parola, forse volevi dire spolverare?”  asciugo le mani sul grembiule e mi avvicino.

“Nonna non è vero, tu sai troppe parole perché leggi mille libri e scrivi sul computer. Non è vero che non conosci la parola “spoilerare”” mi osserva con uno sguardo penetrante, incredulo. Arriva perfino a sfidarmi bonariamente posando le mani chiuse a pugnetto sui fianchi emettendo un lungo sospiro: é troppo simpatica. Scoppio in una risata fragorosa: “Tesoro, cado dalle nubi, credimi. Consulto il vocabolario, ok?”

“Ma nooo. Noooo. Nonna tu sei del secolo scorso! Devi imparare a usare internet mica il vocabolario! Anzi nooo adesso te lo spiego io: vuole dire che non me lo devi dire.”  “Sei sicura? E’ come dire che non si deve svelare un segreto?” “Forse sì. Però tu allontanati. Sciò sciò” e mi spinge via con la mano.

“Nonnaaaaa!!!” un urlo lacerante mi trapana gli organi dell’udito. Accorro immediatamente. “Che bello nonna, che bello! Hai messo ancora le galline e i maialini che aveva fatto il mio papà con il pongo a scuola quando aveva la mia età. Tu non devi buttarli via nonna. MAI, mai mai mai promettimelo”. Prende tra le mani gli animaletti alquanto scoloriti ed il suo sguardo si riempie di stupore e tenerezza.

“Te lo prometto, anzi, a te lascerò tutto il presepe, contenta?” La stringo forte tra le braccia; lei affonda il nasino nel mio collo e annusando rumorosamente sentenzia: ” Tu nonna hai cambiato profumo”.  

Si stacca dall’abbraccio, mi allontana ancora per andare alla ricerca delle nuove statuine. Scende dalla sedia la  posiziona al centro del mobile e nel risalire sorridendomi grida: “Sono sicura che le scovo da sola”.  

“Nonna vieni, guarda: ho trovato te nonna che porti un vestitino a Gesù e il nonno che fuma la pipa seduto sulla panchina” mi osserva perplessa poi domanda: “Io e mio fratello dove siamo?” “Siete le due nuove pecorelle davanti alla capanna. Posso dirti quali?” “Sì, grazie nonna”. “Tu sei questa che si sta riposando e tuo fratello è quella accanto a te che guarda verso il bue e l’asinello.”

“E il personaggio nuovo?” Stupita domando: ”Era un segreto oppure no?” “Nonna in questo presepe ci sono più di cinquantamila statuine tutte appiccicate e io non lo riesco a vedere.”

“Ok. E’ questo qui: il giovane caldarrostaio”. Me lo toglie dalla mano e commenta “Oh noooo, nonna hai sbagliato un’altra volta”. Scuote il capo sconcertata, scende dalla sedia e, impedendomi di intervenire, decide risolutamente che questo è il momento di farlo sparire all’interno dello scatolone dei “nostri” giochi.

Toh! Ho trovato un pennino

Tòhhh….Ho trovato un pennino

15 ottobre 1940, 18.o fascista, primo anno di guerra, ho sei anni ed è il mio primo giorno di scuola: grembiulino nero, scarponcini nuovi, cappottino di buona lana scampata all’autarchia, in mano una cartellina di cartone pressato che contiene un quaderno a righe di prima (alternate da più alte a meno alte) e l’astuccio di legno con la matita, una gomma di pane e uno spazio destinato al pennino che ancora non c’è.
Ci radunano tutti in cortile, il podestà fa un discorso sull’importanza della scuola, sul futuro dell’Italia che assicura essere e sarà: g l o r i o s o alimentato dalle nostre teste erudite e dal nostro corpo temprato dalla fatica e dallo sport. Per adesso la mia testa grida: “Basta!” E siccome fa anche freddo il mio corpo batte brrrrividi e denti.
Classe 1a!, non si può sbagliare ce n’è una sola che raccoglie i bambini del comune e delle tre frazioni.
Si entra nell’aula nel più religioso silenzio.
La maestra chiama uno ad uno, una sequela di nomi, e assegna un posto ad ognuno:
i più piccoli davanti i più grandi dietro e tra
questi anche i ripetenti.
Niente di familiare, se non la sporta della maestra
con la verdura raccolta nell’orto di buonora.
Il comando squarcia l’aria dell’attesa
– Seduti!
Arrampicarsi fino alla panchetta dei banchi alti e
neri è un’impresa. Io ero più piccola dei
miei compagni.
Niente libri, niente scrittura. Per un mese, forse più, si tracciano aste:
verticali orizzontali e poi si passerà ai cerchietti
e poi quando la maestra ci giudicherà maturi, si
passerà al pennino e all’inchiostro.
E l’inchiostro sarà ovunque, sul banco, sul foglio, sulla bocca perchè è tra le labbra che i bambini si passano il pennino per pulirlo.
Oggi, uscito da chissà quale anfratto della mia casa, me ne sono trovato proprio uno tra le mani. Un pennino vi dico, uno di quei modelli semplici, senza zigrinature, con la sua fessurina ben ritagliata nel punto giusto del dorso. Mi sorprendo e mi sorprende mentre mi conduce a quel passato lontano o a fantasticare su un suo ritorno dal futuro sospinto da sinusoidi cosmiche e, bagnato dal sangue dei sogni, deluso dai mormorii gridati degli amanti, cadere e rimbalzare tra licheni e rocce incise da scriba preistorici.
E mi piace credere che anche Dante avrebbe messo volentieri da parte la penna d’oca. Qua..Qua…Qua…
E non posso trattenere un moto di sentita riconoscenza per questi grassi palmipedi donatori generosi di piume, di fegato grasso e saporito nonché di quelle penne corte o slanciate, che furono per secoli accorto strumento nelle mani di poeti, letterati, giuristi etc.etc.

ADA – II racconto d’autunno

ADA – II RACCONTO D’AUTUNNO

Racconto di Monica Caprari

Con un gesto repentino Ada gettò una foglia dal davanzale.
Poi si affacciò per vederla cadere danzando in una lenta discesa di sei piani.
Giù l’asfalto  era bagnato dalla  pioggia autunnale caduta durante la notte.
Le macchine avanzavano lentamente  provocando uno scalpiccio fastidioso.
Ada guardò il cielo che si era aperto lasciando trapelare freddi raggi di sole.
-Sarebbe una dolce domenica mattina di novembre- pensò Ada-  se non ci fosse tutto questo traffico diretto al centro commerciale in fondo allo strada-.
-Che poi, cosa ci va a fare la gente al centro commerciale?- Si domandò accostando i baveri della vestaglia di paille.
Chiuse le finestre a doppi vetri e tornò a respirare la pace del  suo piccolo e lindo appartamento.
La luce del mattino penetrava lattiginosa  posandosi sulle mensole, che malgrado la meticolosa pulizia parevano ancora impolverate.
Ada  versò una generosa dose di detersivo sulla spugna e prese a passarla qua e là calcando vigorosamente.
-Spreconi e consumatori  bulimici- si diceva pensando ancora ai frequentatori  del centro commerciale.
-fosse per me .. solo kilometro zero.. e niente cadaveri nei piatti!-
George fece capolino dalla camera da letto e balzò sul ripiano della cucina.
Ada si avvicinò per accarezzargli il pelo lucido da soriano castrato.
Oh! come amava gli animali, lei. Proprio ADORAVA gli animali.
Creature in armonia con la natura, pensò chinandosi a prendere una scatoletta per George.
-Tieni la tua pappa buona- gli sussurrò ricevendo un vibrante ringraziamento.
Poi riempì il bollitore e lo mise sul fuoco. Dallo stipo tirò fuori i suoi biscotti preferiti, zenzero cocco e cannella, e  li adagiò cerimoniosamente sopra un piattino in attesa del tè.
D’improvviso il silenzio venne turbato da schiamazzi provenienti dall’appartamento di fianco, abitato suo malgrado da una famigliola alquanto rumorosa.
-Dio, quanto sono insopportabili e grezzi!- si disse.
Si erano trasferiti di recente e Ada aveva avuto modo di conoscerli prendendo l’ascensore.
Si era dovuta fare piccola piccola per far entrare l’ingombrante passeggino recante un guanciuto bambinone di due anni, relativa madre e relativa macchinina giocattolo, praticamente grande quanto la sua vecchia utilitaria.
In quell’occasione Ada aveva comunque cercato di essere amabile
-come ti chiami?- chiese al bambino in sovrappeso che la guardava immusonito.
-Jason- rispose la madre,  pronunciandolo all’italiana tipo Gieson.
Ada alzò un soprracciglio e squadrò   la donna vestita come una stella del pop.
Da quella volta evitava l’ascensore se doveva dividerlo con Lady Gaga e figlio obeso.
Ada tornò alla realtà e notò che la boule del pesciolino rosso aveva l’acqua ormai opalina.
Si  arrampicò sulla sedia per prenderla.
L’aveva messa sulla mensola  in alto per proteggere Albert  dagli attacchi di George.
Mise con cautela la boule nel lavello e fece scorrere poco più di un filo d’acqua.
-Per un ricambio graduale-si era raccomandato il negoziante carceriere dal quale lo aveva salvato e dal quale Ada comprava  i croccantini di George.
Ada sobbalzò nel sentire che i rumori dall’appartamento di fianco aumentavano d’intensità.
-Gieson! non saltare sul divano!- Urlava Jennifer Lopez.
-E basta!-pensò Ada  raccogliendo con cura le briciole sfuggite dal piattino dei biscotti-uno vuole godersi in pace la domenica  e…-
Un tentacolo di pensiero le si allungò sul lunedì, quando avrebbe ripreso il suo lavoro di Back office per una multinazionale farmaceutica.
-Back office- si disse, -il buco del culo degli uffici- Rise della considerazione e della parolaccia liberatoria,
-tutti lo schifano, anche se serve.. per non parlare dei colleghi… fanno i tornei di leccapiedaggine.. falsi come Giuda- e nel pensare questo lo stomaco le si attorcigliava.
Un tonfo fortissimo la scosse.
-Gieson! non lanciare le macchinine contro il muro!-
Ada venne presa da una rabbia isterica.
Poi sgranò gli occhi nel vedere che il pesce rosso galleggiava morto.
Sbadatamente, forse a causa di tutto quel baccano, aveva aperto l’acqua bollente.
Attonita portò le mani al viso.
-GIESON!NON SBATTERE COL TRICICLO CONTRO I MOBILI!-
Un tremore collerico teneva Ada impalata davanti al lavello.
Fu il fischio del bollitore scuoterla.
Un furore cieco le serrava le labbra.
Ada brandì il pesante bollitore.
La sua mano stringeva il manico sino a sbiancarle le nocche.
E corse fuori, con un ghigno che le stravolgeva il volto.
Suonò all’appartamento dei vicini e di rimando la voce della madre urlò –chi è’?-
-A D A-

Monica Caprari

MURI E PONTI – Ti respingo o ti accolgo?

“Muro” cosa mi rappresenta? Qualcosa che mi blocca, mi fa arretrare, mi respinge. Ho vissuto da bambina un’esperienza che potrei definire di muro quando mi è successo un evento traumatico, un tentato abuso, fortunatamente non riuscito, evento che sono corsa a raccontare alla mia mamma che non mi ha creduto. Lei mi ha detto che sicuramente era frutto della mia fantasia. La delusione è stata cocente, è stato un dolore così profondo che mi è rimasto vivo dentro. Mi sono trovata davanti ad un muto respingente, invalicabile e questo momento ha segnato la mia relazione con la persona che doveva essere la più accogliente della mia vita. Un muro che purtroppo non sono mai riuscita ad abbattere
Adesso che sono adulta mi dispiace che questo episodio abbia condizionato così tanto il mio rapporto con mia mamma ma non mi resta che fare pace con lei, che adesso non c’è più, e perdonarla facendo tesoro di questa esperienza per non ripeterla a mia volta con i miei figli, amici, con chiunque attraversi la mia vita.
Incontro un muro, in alcune circostanze, nel mio rapporto d coppia quando per incomprensioni o punti d vista differenti ci chiudiamo entrambi e il muro da piccolo diventa sempre più alto e consistente, allora è difficile abbatterlo, ci vuole molta buona volontà e soprattutto la consapevolezza che la persona è più importante del suo punto d vista, della sua testardaggine, dei suoi limiti Ma nella mia coppia chi comincia per primo ad abbattere il muro? Di solito quello dei due che sta più male e non ce la fa più a reggere il silenzio, l’indifferenza, la lontananza. Allora basta dire scusa e il muro si sgretola magicamente.
Cos’è un “ponte”? Nel mio immaginario è qualcosa che unisce, che congiunge e supera gli ostacoli.
I ponti, i cavalcavia li conosciamo tutti per averli percorsi tante volte ma mi piace parlare non tanto dei ponti fisici quanto d quelli relazionali.
Quando ho costruito un ponte? Mi ricordo il rapporto difficile con una persona amica, piuttosto spigolosa, alla quale bastava poco per adombrarsi e sentirsi offesa. Io più volte con lei ho usato la strategia della lettera, uno scritto nel quale le dicevo i miei sentimenti, le esprimevo affetto e comprensione. Bastavano poche righe per ricevere il suo grazie e sentire che l’ostacolo era superato. Penso anche ai nostri fratelli immigrati verso i quali c’è ancora diffidenza e rifiuto. Credo che anche per me sia difficile lanciare un ponte e superare tutti i pregiudizi, le resistenze, la mancata accoglienza: questo ponte è tutto da costruire non solo per me ma, credo, per tante altre persone. Ammiro molto coloro che salvano in mare, che creano i corridoi umanitari perché queste persone sono davvero costruttori di ponti…..costruttori d solidarietà.
Tutti siamo chiamati ad abbattere muri e costruire ponti! Mettiamocela tutta 😘

Inviato da iPhone

Novembre: ricordi d’infanzia

“Ave Maria gratia plena Dominus tecum…”

Cominciava così il mio avvicinamento alle castagne bollite che ogni anno, il giorno di Ognissanti, si cuocevano nella mia famiglia.

Centocinquanta avemarie per poter mangiare quella prelibatezza ai miei occhi di bambina.

Io mi lamentavo per l’attesa, loro, gli adulti, invece erano molto convinti di quello che stavano facendo.

Intorno alla tavola sedevano otto persone, due famiglie: la mia e quella dei miei zii. Vivevamo insieme.

Io, bambina di circa cinque anni, seduta tra mia mamma e mia zia Anna, incominciavo a rispondere alle avemarie in latino, non so nemmeno come, ripetendo quello che sentivo dire dai grandi.

Nessuno di loro lo aveva studiato, lo avevano imparato in chiesa.

In cucina intanto, in una pentola enorme, cuocevano le castagne e il loro profumo si spargeva per tutta la casa.

Nessuno andava a controllare la pentola: la quantità di acqua e l’intensità del fuoco garantivano, insieme all’esperienza, che tutto sarebbe filato via liscio fino alla fine dei tre rosari.

Nel frattempo io, non so esattamente in quale punto, ma, da quello che ricordo, dopo circa una ventina di avemarie, crollavo sulle ginocchia di mia mamma o di mia zia e venivo risvegliata solo alla fine dell’ultimo requiem aeternam .

Allora cominciava la festa: col cucchiaino scavavo la polpa della metà castagna che mi veniva data e, assaggiandola, mi sembrava la cosa più buona del mondo: più era alta la montagnetta di gusci nel mio piatto e più ero contenta.

Da quella giornata le castagne sparivano dalla nostra tavola e non sarebbero più  ricomparse fino all’anno successivo: è così che nascono gli eventi.

 

Gabriella

Aki e Haru – racconto d’autunno

Aki scostò il pannello di legno e carta di riso per far entrare la luce del mattino.
Sporse il viso tondo e fresco come un petalo di ciliegio per osservare la prima neve cadere e perdersi  nella terra scura del pianoro antistante.
Presto sarebbe arrivato un inverno lungo e freddo.
Gli alberi sui declivi trattenevano le loro foglie colorando il paesaggio d’amaranto, carminio, miele porpora e molti altri colori ancora.
Aki azzardò qualche passo sulla veranda per annusare l’aria  che odorava di montagne.
Poi il suo sguardo abbracciò le cime. I suoi occhi avevano il colore e la forma delle mandorle che crescevano a valle,  nella prefettura di Akita.
Sorrise alla natura, e due  fossette le contornarono la piccola bocca gonfia di vita.
Improvvisamente il vento le portò lo scalpitio di cavalli.
Qualcuno sarebbe presto arrivato,  e mai nessuno si arrampicava sino al pianoro di Kyatzu.
Un artiglio d’ansia le si aggrappò al petto rendendola incapace di muoversi.
-Haru! Haru!- cercò di gridare, ma la voce le si perdeva in gola.
Il suo giovane sposo dormiva sazio nella stanza dei tatami.
-Haru! Haru!- urlò finalmente correndo dentro casa.
-Aki cosa ti succede? Hai di nuovo visto un orso?-
-Haru! Qualcuno sta arrivando- riuscì a dire la piccola Aki accasciandosi sul tatami,  ancora tiepido ed afroso .
La luce del giorno proveniva ancora da est di Kyatzu quando due messi dello Shogun Akaori scesero dai cavalli e fecero risuonare i loro passi sulle assi di faggio della veranda.
-Samurai Haru!- chiamarono gli uomini.
Aki aprì i pannelli ai messi. I suoi occhi scuri rimanevano bassi.
Inchinandosi si scostò per farli entrare.
Haru non si voltò subito e rimase a guardare la stufa sorbendo rumorosamente la calda bevanda di riso.
-Samurai Haru, abbiamo un messaggio da recapitarvi-
Haru finalmente si girò lentamente prendendosi il tempo di osservare i due uomini coperti di pellicce.
Tese la mano per prendere il rotolo che gli veniva offerto dai due messi inginocchiati.
Poi tornò a guardare la stufa e gli uomini lasciarono la soglia di casa porgendo un ultimo inchino.
-Aki, devo partire. Lo shogun mi ha convocato per difendere le terre di Kyushu da un feroce nemico. Il suo nome è Kublai Kahn. Viene dal mare e tra pochi giorni toccherà le nostre coste. Dovrò essere lì per  tempo e partire oggi stesso-
Aki  rimase in silenzio, mentre i suoi occhi seguivano le nodosità del pavimento come se cercassero pezzi di Shogi(1)  sparpagliato ovunque.
Haru le prese le mani e la condusse fuori.
-Aki- disse – guarda questo ciliegio. Oggi le sue foglie sono d’oro. presto cadranno.
Ne colgo due. Una la terrò qui ben riposta nel mio petto,l’altra la conserverai tu.
Queste due foglie non cadranno a terra, e la mia promessa, amata moglie, è di tornare da prima che le nuove gemme di questo ciliegio vedano il mondo.-
Aki guardò il ciliegio poi alzò lo sguardo verso le montagne e,  tra gli alberi,  vide l’orso fermarsi ad osservare  loro due fermi mano nella mano..

(1) antico gioco giapponese simile agli scacchi

IL MIO GRUPPO DI LETTURA

Il mio gruppo di lettura è un infante: è stato fondato solo un anno fa. All’inizio eravamo in tanti, più di una dozzina, e ci riunivamo sul soppalco della biblioteca comunale. Ora alle riunioni mensili ci troviamo quasi sempre in 4 o 5 e la biblioteca ci è preclusa: abbiamo la possibilità di usufruire di un centro ricreativo esterno, ma a noi piacerebbe essere circondate dai nostri amati libri.

Siamo tutte donne, lo siamo state praticamente fin dall’inizio, quando i pochissimi uomini presenti ai primi due incontri non si sono più ripresentati, forse per autoselezione – e non è necessariamente un male.

 

Gli appuntamenti iniziali erano vivaci ed effervescenti: molte persone e tutte volevano dire la loro, tanto che ci faceva comodo il prezioso contributo di alcune moderatrici venute da un gruppo di lettura vicino per aiutarci e guidarci nella scelta dei titoli. Dopo alcuni incontri però il nostro gruppo di lettura ha cominciato a muovere i primi passi sulle proprie gambe e le moderatrici, a causa anche dei mille impegni propri, non hanno più partecipato, pur seguendoci da vicino tramite il gruppo Whatsapp subito creato per tenerci in contatto su tutto ciò che ruota attorno alla lettura.

 

Ci incontriamo una volta al mese alle 21 per confrontarci sul libro, stabilito durante l’incontro precedente, che tutte abbiamo letto nel corso del mese. In genere tutti portano la propria copia del libro, spesso e volentieri qualcuno legge dei passaggi che l’hanno particolarmente colpita e ciascuno commenta liberamente. La fondatrice del gruppo fa da moderatrice. Ultimamente ci troviamo spesso in soli 4 o 5, ciò che toglie vivacità e pluralità alla dinamica del gruppo.

 

Altri gruppi di lettura si organizzano diversamente: per qualche anno ho fatto parte di un gruppo di lettura nel quale ognuno sceglieva liberamente le proprie letture e poi le presentava agli altri partecipanti.

 

Mi provoca sempre un moto di commozione vedere come la fondatrice del gruppo di lettura si cura anche degli aspetti materiali dei nostri incontri: non c’è stata volta che non ci abbia allietato, consolato, incoraggiato con i suoi deliziosi baci di dama (i miei biscotti preferiti, per la leggiadria del nome e per il gusto nocciolato!) di una marca introvabile, sempre posizionati troppo vicino a me, tanto da non riuscire a frenare la mia golosità e finire per spazzolarne almeno la metà; non fa mai mancare bottigliette di plastica con l’acqua e bicchieri (anche se mi piacerebbe che ci orientassimo, col contributo fattivo di tutti, verso una scelta più ecologica, per esempio portando ciascuno la propria tazza e le bottiglie di vetro) .

 

La mia visita autonoma al Festival della letteratura di Mantova di quest’anno mi ha galvanizzato, rattristandomi contemporaneamente per il fatto di viverla da sola. Per l’anno prossimo, mi ripropongo di mettere a disposizione del mio gruppo le mie capacità organizzative per visitarlo assieme. Mi piacerebbe che la profonda emozione che mi ha assalito assistendo, per esempio, alle letture dei Diari di Virginia Woolf sulla Panchina Letteraria fosse condivisa e “portasse semenza”: sono sicura che se partecipassimo in gruppo ne scaturirebbe qualche idea costruttiva.

Anche le conferenze sono state molto interessanti e avrebbero potuto aprire la strada a nuove direzioni di lettura.

 

Cose che ho osservato in altri gruppi di lettura e che mi piacerebbe fare con il mio: letture ad alta voce su temi scelti, colazioni letterarie, libro parlato (donatori di voce), visita di eventi letterari (reading, presentazioni di libri, festival della letteratura di Mantova,conferenze su autori, visite guidate anche auto-organizzate a dimore di autori, riflessioni su citazioni, giochi letterari, letture drammatizzate, viaggi all’estero a tema letterario, ecc.).

 

Anche se il nostro gruppo di lettura è ancora in fasce, a volte transitoriamente in… fase di dentizione, ritengo che sia un importante contributo all’offerta culturale di un piccolo paese: grandi cose possono scaturire da piccole iniziative, come insegna il successo della colazione letteraria presso la biblioteca di Casalmaiocco.

Molti cittadini spesso non partecipano agli eventi per pigrizia, a causa di orari scomodi o perché isolati, ma sono confortati dal fatto di sapere che esistono. Ben triste sarebbe, secondo me, la vita in un paese senza la vivacità apportata da un gruppo di lettura vitale e affiatato.

LA COPPIA

La coppia si teneva su a vicenda.

84 anni lui, 75 lei, e a conoscerli bene ci si rendeva conto che era un miracolo che fossero riusciti a farcela così a lungo.

Lei era nata in Basilicata, da una famiglia di contadini. Erano 7 fratelli. I genitori occasionalmente affrontavano il viaggio a piedi dalla Basilicata alla Puglia per cercare lavoro lasciando i 7 figli a casa da soli.

A 9 anni, la madre prese in disparte la bambina e le disse: “Tu ormai sei andata a scuola, hai fatto la prima e la seconda elementare, adesso basta studiare, devi portare soldi a casa”. Fu così che la bambina venne mandata a servizio a Roma a fare la serva in casa di un giornalista romano e della sua compagna. La bambina doveva anche pulire a casa della madre del giornalista. Fu lì che un giorno sparì del denaro. Venne incolpata la bambina. Lei ebbe un bel negare, venne comunque massacrata di botte, pestata a sangue. Non ebbe mai il coraggio di confessare questo episodio, nemmeno ai propri genitori, che in ogni caso non avrebbero potuto fare nulla perché lontani e perché in disperato stato di necessità. Più tardi, da adulta, non riuscì mai a parlarne nemmeno ai propri figli.

 

Successivamente a Roma la bambina venne raggiunta dai fratelli, poi un po’ per volta si trasferirono tutti al nord. Cominciò uno che si trasferì a Riozzo, poi la bambina lo raggiunse e trovò lavoro in una fabbrica di materie plastiche. Più tardi si sistemarono al quartiere Madonnina di Dresano, dove la bambina, ormai divenuta una ragazza, conobbe il futuro marito, con cui nel giro di un anno si sposò . A 19 anni nasceva la sua prima figlia.

 

QUANDO CADDE IL MURO DI BERLINO

Nel 1989 avevo 18 anni e frequentavo la quarta liceo scientifico, studiavo Kant, Hegel e Marx.

Quando cadde il muro ricordo che ero davanti alla televisione in soggiorno con i miei genitori e mi resi perfettamente conto che stavo assistendo a un evento epocale. Mi salì un groppo in gola, come tutte le volte da allora quando rievoco questo evento.

Successivamente, quando studiavo alla scuola interpreti, ogni volta che in cabina veniva letto un pezzo sulla caduta del muro e noi dovevamo tradurlo, le parole mi si spezzavano, riuscivo a stento a mantenere una voce udibile.

Anche se la mia famiglia non era direttamente coinvolta, mi sentivo parte di quella nazione che per tanti anni aveva subito questa frattura e viveva con questo dolore di separazione e quindi la gioia era tanta, l’incredulità prevaleva, e anche l’apprensione per il futuro: se la Germania sarebbe stata in grado di fare fronte all’impegno enorme che il processo di riunificazione implicava.

Mia mamma, che in fondo avrebbe dovuto esserne colpita molto più di me, in realtà non dava mostra di esserne particolarmente commossa o colpita in qualche modo. Probabilmente le chiesi anche quali erano le sue emozioni, le sue reazioni, ma non mi ricordo quale fu la risposta.

Oggi, quando penso a quel momento storico, il sentimento prevalente è di grande ammirazione per la Germania, per la competenza con cui ha affrontato tutte le necessità burocratiche, pratiche, di integrazione, di riappacificazione con un passato molto difficile. Certamente, permangono ancora dei problemi. Larga parte della popolazione della ex-Germania est non ha un reddito equivalente a quello della Germania ovest, ci sono preoccupanti fermenti di estremismo di destra, la popolazione ancora soffre di una specie di complesso di inferiorità, ma in generale la nazione è unita e si sente parte di un’unica nazione, che per me è un enorme traguardo.

Una delle cose che ricordo con maggior sgomento e ammirazione è il fatto che, quando crollò il muro, nel giro di pochissimi giorni, il governo federale istituì il Begrüβungsgeld (denaro di benvenuto), una piccola somma a cui tutti i tedeschi dell’ex-Germania est avevano diritto all’arrivo in occidente per superare il divario del potere di acquisto delle due diverse valute tedesche. Pur essendo giovane mi rendevo conto dell’enorme sforzo economico che questo segno concreto di aiuto, di buona volontà, di riappacificazione significava. E ancora una volta era la riprova che la Germania era una grande nazione, ben piantata coi piedi per terra.

Quella panchina rossa

Mi chiamo Sofia e oggi compio 50 anni.
Per essere più precisa, mi chiamavo Sofia e oggi avrei compiuto 50 anni se mio marito, 20 anni fa, non mi avesse uccisa.
L’uomo che aveva giurato davanti a Dio e agli uomini di amarmi, onorarmi e rispettarmi sempre, nella buona e nella cattiva sorte, mi ha strappata alla vita e a nostro figlio di soli 5 anni in quello che, dai giornalisti dell’epoca, fu descritto come un delitto passionale, frutto del raptus di un uomo che non voleva rinunciare alla donna che amava.
A me non fu possibile parlare e raccontare la mia versione dei fatti: non avevo più una voce per farlo, mi si era strozzata in gola insieme all’ultimo respiro che ho esalato. Avevo appena compiuto 30 anni e avrei voluto vivere con tutte le mie forze, vedere crescere mio figlio Luca proteggendolo con tutto l’amore di cui una madre è capace, quell’amore che mi aveva fatto trovare il coraggio e la forza di scappare da un marito violento.
All’inizio lui era sembrato diverso, anche se a mia madre non era mai veramente piaciuto. Lo aveva annusato, con l’istinto di una chioccia che difende i suoi pulcini. «Ha gli occhi brutti, non è sincero», mi aveva ammonita. Ma io avevo poco più di 20 anni e me ne ero innamorata con l’irruenza della mia età.
Di lui mi erano subito piaciute le mani. Forti, grandi, mani da lavoratore. Me le immaginavo ad accarezzarmi il volto, a stringermi a sé in un abbraccio. Mani in grado di proteggermi, di farmi sentire a casa.
Mai avrei potuto immaginare, nemmeno nei miei peggiori incubi, che quelle mani invece si sarebbero strette, strette, strette attorno al mio collo fino a soffocarmi.
Lui era più grande di me, un uomo fatto. Proprio quello che cercavo, essendo rimasta orfana di padre da bambina.
I primi tempi del matrimonio furono abbastanza felici, nonostante lui si fosse rivelato gelosissimo e possessivo. Io avevo occhi e cuore solo per lui, eppure non gli bastavo mai.
Non cucinavo bene, non sapevo tenere pulita la casa a dovere, non ero una vera donna neanche a letto. Di mandarmi a lavorare non se ne parlava neanche, nonostante il mio diploma. «A te ci penso io perché io sono l’uomo. Tu fuori di casa ci esci solo con me», affermava con convinzione. Forse era geloso anche della mia istruzione, lui che non aveva finito le superiori per andare subito a lavorare. «Le donne non devono riempirsi la testa di sciocchezze, altrimenti finiscono come te, una buona a nulla», mi ripeteva di continuo come un mantra al quale, alla fine, anch’io ho cominciato a credere.
Non mi accorgevo neanche che ogni giorno mi spegnevo un poco di più. Poi finalmente rimasi incinta e la mia vita cambiò: quando mi misero in braccio Luca, il mio bambino bello e perfetto, tutto acquistò finalmente un senso.
Così mio marito ebbe una ragione in più per dispiacersi di me. Non ricordo se cominciò prima a picchiarmi e poi a bere ma ricordo bene entrambe le cose: le sue guance rosse di vino e le mie nere di lividi.
Quando mi picchiava cercavo di farmi piccola, di non fare rumore per non svegliare Luca e non farlo assistere alla scena. Poi le sberle non bastarono più e cominciarono le botte cattive, a calci e pugni e a ricoveri in pronto soccorso con le ossa rotte.
Io non lo denunciavo. Avevo paura. «Vuoi lasciarmi? Il bambino resterà con me, lo crescerò come un uomo», mi minacciava mio marito, e io gli credevo. Cosa avrebbe potuto fare da sola una nullità come me?
Poi, quando Luca stava per compiere 5 anni, la svolta che segnò per sempre le nostre vite: mio maritò alzò le mani anche su di lui. «Viziato e pusillanime come tua madre, ti insegno io l’educazione!». Urlava e picchiava il mio bambino, poi anche me perché cercavo di difenderlo. Quando finalmente crollò sul letto a smaltire la sbornia e il cattivo umore, ebbi il tempo sufficiente per radunare poche cose in una valigia e scappare insieme a mio figlio.
Ci rifugiammo da mia madre che ci accolse a braccia aperte. A casa sua cominciò la mia seconda vita, bella ed entusiasmante ma purtroppo così breve!
Durò qualche mese, il tempo per rivolgermi a un centro antiviolenza per ricevere aiuto, denunciare mio marito e iniziare le pratiche per la separazione.
La sera del mio omicidio, avevo da poco compiuto 30 anni, stavo tornando a casa dal mio primo giorno di lavoro. Ero inebriata di felicità: avevo trovato un buon impiego, ero in grado di pensare a me e a Luca e rifarmi una vita. Il futuro era pieno di promesse. Per quello forse non ho notato l’ombra nera proprio dietro di me. Era mio marito che mi aveva seguita fin sotto casa. Il tempo di aprire il portone e me lo sono trovato addosso.
Io sono sicura di avere lottato con tutte le mie forze. Ho urlato, ho scalciato, ho graffiato. Nessuno, nessuno nel palazzo ci ha sentiti. Nessuno è corso in mio aiuto. Mia madre era fuori con mio figlio, almeno loro non hanno dovuto assistere al mio omicidio.
Quanto dolore ho patito! Ogni istante che è passato mentre la vita mi lasciava è stato duro e cattivo come una coltellata. Poi il pensiero di Luca, io volevo vederlo crescere, volevo stare con lui! Non potevo morire, non potevo. Quanto ho lottato!
Poi improvvisamente il dolore è cessato. È stato come se l’androne buio si riempisse di luce e io, dall’alto, potevo osservare la scena. Un uomo ansimante curvo su un corpo di donna. Un manichino senza vita, con il collo spezzato.
Con orrore, mi resi conto che quel corpo era il mio. Ero morta! Finito il dolore, cominciò l’odio. Un odio profondo, un rancore senza fine che mi accompagnò ogni giorno mentre vagavo nella mia valle oscura.
Passarono quelli che per voi viventi furono anni, per me furono solo un tempo indefinito, senza notte o giorno. Non abbandonai mai mio figlio. Lo vidi diventare grande grazie a mia madre, quella donna coraggio che, dopo aver cresciuto da sola una figlia, crebbe da sola anche il suo nipote.
Mio marito lo mandarono in galera per scontare una pena irrisoria. Sarà stato anche tutto il male che gli ho augurato, fortunatamente un giorno il suo cuore ha smesso di battere dopo l’ennesima bevuta eccessiva. Non l’ho mai incontrato qui nel mio mondo di ombre, spero che sia andato direttamente all’inferno.
Un giorno, seguii mia madre e mio figlio, ormai adolescente, fino alla piazza principale del nostro paese. Avevano il vestito delle occasioni importanti e il volto serio. Si tenevano per mano, chissà se potevano sentire che anche la mia stringeva la loro.
In piazza s’era radunata molta gente. Erano tutti lì per inaugurare una panchina, un simbolo contro la violenza alle donne, rossa come il sangue innocente da loro versato.
Dopo il sindaco prese la parola mio figlio. Il mio Luca, quanto mi ha saputo rendere orgogliosa! Ha parlato di me, della sua mamma strappata alla vita a soli 30 anni, uccisa da un mostro. Mentre non sapeva trattenere le lacrime ringraziava per quella panchina, perché tutta la città mi avrebbe ricordato per sempre insieme a lui.
È passato del tempo da quel giorno e arriviamo a oggi, il giorno in cui avrei compiuto 50 anni, il giorno in cui ho ritrovato la voce per raccontarvi la mia storia.
Ho seguito ancora mio figlio, che questa volta teneva per mano una ragazza giovane, fino alla panchina rossa. Si sono seduti che ancora si tenevano per mano e lui le ha raccontato di me. «Ho ereditato il sangue da mio padre – le ha spiegato – ma il cuore no, quello l’ho preso da mia madre. Oggi ti ho portato sulla panchina rossa a lei dedicata per prometterti che, se accetterai di sposarmi, ti rispetterò come donna, come moglie e come amica e, un giorno, anche come madre dei nostri figli. Te lo giuro sul sangue versato dalla mia mamma».
Mentre lei gli diceva di sì, e si abbracciavano piangendo, qualcosa dentro di me si è sciolto e mi sono sentita finalmente libera. Mio figlio era al sicuro, la sua futura moglie era al sicuro, i loro figli sarebbero stati al sicuro. Per me era arrivato il tempo di abbandonare l’odio e il dolore.
Un ultimo sguardo verso i miei cari, un ultimo pensiero. Ora è tempo di andare verso la luce.