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Autunni “IN”

Ottobre 1969

 

Quell’autunno, con soavità

fece apparire regina la fragilità

per distrarmi commossa e beata

al girasole della tua risata

Fu un autunno INTRIGATO

 

Quell’autunno, raggio d’estate

tra foglie rosse sospese o cadute

ci incamminò  fianco a fianco

osservandoci con sguardo attento

Fu un autunno INNAMORATO

 

Ottobre 2019

 

Questo autunno, carezza di fata

piano ancora il ventre mi dilata

e le ali della mia anima stupita

arpiona saldamente alla tua vita

E’ un autunno INTERPRETATO

 

Questo autunno, giorni di serenità

altra stagione che non invecchierà

di forti tinte mi colora più vera

piccolo germoglio alla tua primavera

E’ un autunno “BELLISSIMOINtitolato

 

Foglie di fantasia

Oggi, passeggiando lungo i viali alberati del paese, non ho resistito alla tentazione di raccogliere dal terreno qualche foglia d’autunno:  poche, per la verità e bagnate, sporche e quasi sfaldate dalla pioggia caduta incessantemente. Da tempo desideravo fortemente riuscire a scrivere su questi organi vegetali una frase, un saluto, un pensiero poetico; poi, avrei fatto una sorpresa donandole, o abbandonandole in luoghi  quali: l’ingresso del palazzo, le panchine, il bancone della biblioteca e, perchè no?, la sala d’attesa del dentista.

Con estrema delicatezza, quasi cullandole, mi sono portata a casa queste creature: le ho asciugate, ripulite con molta cura, stando sempre attenta che non mi si accartocciassero tra le dita.   Dall’angolo giochi destinato ai nipoti, e pure a me, ho sfilato astucci contenenti un’infinità di penne biro, matite e pennarelli. Usando proprio questi ultimi ho tentato di vergare la foglia più rovinata, fallendo l’esperimento; con l’uso di una penna biro invece sono riuscita nella fantastica impresa, ma limitatamente a quattro foglie.  Nella mia insanabile presunzione, supportata anche da una recente, indesiderata, sbadataggine, ho vissuto uno scarto del battito cardiaco: momenti carichi di pura gioia, incredulità.  La “mia” piccola opera si presentava ben riuscita, originalissima, praticamente una “meraviglia”.

Mi apprestavo ad imbandire la tavola per i festeggiamenti, con un sottofondo musicale fin troppo allegro, quand’ecco che venivo trafitta in modo umiliante, inatteso e inopportuno dalle immagini della Sibilla Cumana proiettate da un angolo remoto della mente. In gioventù avevo letto molto di questa donna famosa e misteriosa, rimanendo affascinata dalla sua storia, o leggenda?

Dopo lo smacco lacerante subito, con conseguente abbassamento di autostima, sono stata costretta a fare indietreggiare questa nonna creativa, esuberante e volonterosa per onorare la Sibilla di Cuma,  Somma sacerdotessa, oracolo del dio del sole Apollo, e di Ecate dea della luna.  Era lei la donna prescelta dagli dei a cui, in tempi antichissimi, era stato fatto dono di esercitare facoltà e potere di profetare in modo, più o meno enigmatico e alquanto oscuro, predicendo l’avvenire. Era lei che usava trascrivere i vaticini proprio sulle foglie degli alberi, disperdendole e sparpagliandole poi nell’aria.    Al fine di poter leggere ed interpretare il suo responso bisognava pazientemente raccoglierle insieme, ma, dal momento che il linguaggio degli oracoli non è comune al nostro, non si preoccupava di porre spazio o punteggiatura alcuna tra un vocabolo e l’altro: quindi ogni risposta doveva essere pazientemente, faticosamente e opportunamente decifrata.

Tra molti altri volumi, da qualche parte nell’appartamento in cui vivo, sospetto si nasconda un libriccino, forse in pessime condizioni, contenente un “Metodo” corredato da numerose tabelle di frammenti di responsi, tutti da interpretare, per interrogare la Sibilla Cumana.

Ecco, ora mi servirebbe proprio quel libriccino. Devo andare a scovarlo, non certo con l’intenzione di consultarlo quanto per seppellire al suo interno la mia creazione: quattro delicate foglie autunnali, fantasiose e tutt’altro che sibilline.

 

P.S. Nell’album-foto del cellulare, ad uso conforto personalissimo, ne ho archiviato il ricordo.

4 ottobre 2019

QUESTIONE LAMPO

Provo affetto per ogni mia borsetta; quasi sempre dimentico di chiuderle “la bocca” a rischio di perderne il contenuto, ma, per me, far scorrere la cerniera lampo fino alla fine  senza incepparla è impresa impossibile.   La scelgo firmata “Mercato Rionale”, o “Conbipel”: non intende competere con la Kelly Bag, la M. Kors, o la Birkin della Hermes per la quale, pur disponendo di diecimila euro, una donna è costretta ad attendere anni.

Colui che da cinque decenni mi vive accanto non ha mai  voluto “mettere mano” all’interno di una mia borsa: ne teme l’esplosione o, più semplicemente, evita l’incontro con il mio vulcanico clone che rispecchia, e rivela, ahimé, il mio modo di essere. “Me la reggi un attimo?”, chiedo qualche volta e lui, dopo averla soppesata fingendo la conseguente rottura del braccio, domanda: ” E’ la tua arma da difesa, o il bagaglio per andartene?”

I miei nipoti, catechizzati già in fasce, non le si avvicinano, si limitano a  chiedere: “ Nonna, tu hai per caso?: una caramella, un cerotto, un temperino, una matita, una biro, un foglio di carta, una bottiglietta d’acqua, lo scotch, un fermacapelli, una forbice, una merendina, lo spray contro le zanzare? “   Dopo ogni fruttuosa, spesso faticosa, “pescata” mi gratificano con un sorriso soddisfatto urlando: “Nonna! Tu hai la borsa di Mary Poppins!”.

Confesso che neppure io possiedo la mappa del mio tesoro, ma so che dal mio sacco magico  si potrebbero estrarre anche: tre colorati ganci in ferro “No for climbing” con  appese mezzo chilo di chiavi, un cellullare a forma di mattonella, un lucidalabbra, uno specchietto, una scatoletta per l’apparecchio dei denti – con spazzolino e dentifricio da viaggio incluso -, un mini flaconcino spray con acqua benedetta (lo so, difficile crederci), depliants di infinite pubblicità (corsi, supermercati, mobili, ristoranti, tende da sole, imbianchini, viaggi vacanza etc.) biglietti da visita, fazzolettini, un block notes, e, per onestà nei miei confronti, prima delle monetine che riposano sul fondo, accennerò all’onnipresente pacchetto di sigarette e ai suoi dispositivi a fiamma.

L’esperienza più dolorosa – da oggi al primo posto nella classica dei guai combinati da una mia borsetta -, l’ho vissuta ieri, domenica.   Mi trovavo allo Stand del Centro Donne, per la festa del Paese e chiacchieravo con Valeria e Gianna quando ci ha raggiunte Annamaria dell’Auser che ci ha carinamente donato delle piantine grasse, contenute in bicchieri di plastica, la cui arida terra purtroppo urlava vendetta. Le ho dissetate con abbondante acqua e, – stavo ancora conversando! – “a casaccio” ho infilato i bicchieri nella (bocca spalancata della) borsetta, che alloggiava nel cestino della bicicletta.

Poi, causa un certo ritardo, pedalando con un certo vigore lungo le strade verso casa, ho transitato sistematicamente su ogni dissuasore presente, alzandomi pure in piedi sui pedali, ignara che la borsa shakerava allegramente, irrimediabilmente!, il contenuto.

Dopo aver acquistato anche un morbido portafoglio color verde, oggi ho inaugurato la nuova borsa, con ogni “ben di Dio” rimpiazzando gli oggetti irrecuperabili, bagnati o terrosi.

Provo affetto per “la nuova arrivata”; come le precedenti è:  indispensabile, capiente e la sua finta pelle riporta colorati disegni astratti che adoro. Il suo disordine si presenta perfetto: da 10 e lode ed é risultato subito facilissimo incastrare la sua lunga cerniera lampo.

16 settembre ’19

L’INVOLUCRO

Il vincitore del premio Nobel per la Letteratura, Anatole France, tra molte altre perle
di saggezza, ha scritto: “Non conosco uomo così audace come i sogni di una donna”.
Voglio credere che lo scrittore francese sapesse pure che, da sempre, esistono uomini
così audaci da dedicarsi alla soppressione dei sogni delle donne.

A Noa, la ragazza olandese che ha lottato con tutte le forze per lasciarsi morire, era
stata sterminata senza pietà, e in più riprese, la costellazione dei sogni.  La sua lunga
notte non si é più trasformata in mattino: é rimasta immersa nella profonda oscurità,
inospitale e invivibile.
Certe ferite non guariscono, sono refrattarie alla cicatrizzazione, soprattutto in presenza della corrosiva lentezza del dolore.  Perfino la medicina dell’amore, spesso, non funziona: risulta insufficiente a ridare speranza.

“Vincere o imparare” é il titolo del libro, – il diario che la ragazza aveva scritto nel corso degli anni, e, pubblicato da poco tempo, – che mi spinge a domandarmi: con questa scelta definitiva avrà ritenuto di avere vinto o di avere imparato?
Non mi permetto il lusso di giudicare. La sua scomparsa lascia in eredità un grande interrogativo per una personale, utile, preziosa ma pure amarissima riflessione: “Una volta assassinati i pensieri, massacrati i sogni, e strappata l’anima, vale davvero la pena faticare per salvare quell’involucro chiamato corpo?”

Come molte donne, da sempre – e parecchio ne soffro – conosco l’audacia di alcuni uomini, privi di sogni, abilissimi nello spegnere la luce delle donne; ciò nonostante continuo a sperare, con tutto il mio essere, che il Cielo, lassù, ad ognuna di loro conceda in premio la luce dell’Immortalità.

Clinica Dentistica (Non é poesia)

Centesima, silente, asettica sala d’attesa.
Ennesima assistente carina, sorridente.

Dentista giovane, simpatico, aitante
amico/nemico.  Sconosciuto l’Assistente

Altro giro, altra corsa, altri biglietti
Vinco facile. Estrazioni sorprendenti!

Guarda bene é uscito proprio il mio numero
“Quattro rifatti vecchi traballanti denti”.

Anestesia, ansia. Lacrime non mi permetto.
Sciacqui, saliva rosso sangue nel fazzoletto.

Sorriso storto. Davanti l’assegno da firmare.
“E’ stata super brava!” Adesso riposo da godere.

Ghiaccio, antibiotici, pillole contro il dolore.
Alito da tramortire un toro. Ne odio il sentore.

Sto seguendo la dieta “Devi ancora soffrire”.
Benissimo!, avrei giusto sei etti da smaltire.

Rido mentre percorro il mio privato calvario.
“Non fumare!” e poi “Bugia!” scriverò sul diario.

 

 

 

 

 

Torre Airone – Via Stella del Sud

Pomeriggio cinereo
di fine maggio

Severa bellezza
di un cielo gravido
di nuvole contrariate

Vento freddo
spira furioso

Urla raffiche
nel volo colorato di
mille petali di fiori

Gocce sonore
giungono improvvise

Appesantiscono
ali di piccole
tortore strepitanti

Benedetta “Slammer” per la Giornata Mondiale della Poesia

L’articolo della giornalista Valeria Giacomello ci racconta che Benedetta Murachelli, poetessa di Peschiera Borromeo assai conosciuta e stimata, si è messa alla prova, e ha dato prova, in forza della sua sorprendente vitalità, di saper tenere testa a tutti gli altri poeti presenti giovedì 31 marzo, vincendo il Poetry Slam di San Donato. La notizia ha reso particolarmente felici e fiere le “alunne” partecipanti al suo Laboratorio di Scrittura di Pantigliate.

In merito al Poetry Slam, ho cercato di saperne di più, ed ho così scoperto che ha origini antichissime: già i Greci organizzavano questo tipo di competizione. Negli ultimi anni ha avuto un rinnovato slancio, prima in America e adesso in tutto in mondo; nel 2018, in Italia, gli eventi sono stati più di 300.

Si tratta dunque di un fenomeno davvero curioso, straordinario, che desta sorpresa. La recita avviene su un palcoscenico. I poeti concorrenti recitano i loro versi, in una vera e propria gara. Alla fine è il pubblico a decretare il vincitore.

Con l’interpretazione della poesia accade il recupero dell’oralità, forma di trasmissione culturale a me tanto cara. Ogni artista, attraverso il Poetry Slam, avendo a disposizione il corpo, la voce e tre minuti per esprimersi, è come se si esibisse in una disciplina teatrale, estremamente coinvolgente. I suoni delle parole, giocati bene, sono determinanti e superano il senso delle parole stesse, imponendo i presenti alla riflessione.

Direttamente dalla voce di Benedetta abbiamo poi saputo che la gara si era svolta in diverse manche, con lei sempre in testa. Quando ha vinto aveva “abbattuto” ben quattro giurie scelte fra il pubblico.

Con estrema bravura, la nostra attivissima poetessa, otre a scrivere di poesia, a narrarci le sue molteplici esperienze di vita, ad insegnarci ad amare la grammatica, la semantica, le metafore, le similitudine, la struttura dei grandi Poeti, e altro, sa pure recitare con spigliatezza e intraprendenza. E lo fa con la stessa naturalezza di una ragazza che scuote il sole dai capelli mentre mescola lo zucchero nella tazzina di caffè.

 

11 Settembre

Paralizzata, incredula,
spaventata, stordita

davanti alle immagini
dell’attacco all’America

Fragile, insicura brucio gli occhi
tra quelle fiamme

Piango su quei corpi, impreco
sul nemico invisibile

Scolpito dentro un dolore fulmineo
straziante, indelebile

Ridotta a brandelli l’anima patisce
sgomento e paura

riaffiorerà insicura, frastornata,
debolissima

Pochi minuti dissolvono pace e
prosperità nella polvere

densa di suoni, grida e suppliche
Rossa di sangue








DI CHI?

Poesia di chi sei?
Non mia né di altri
che ti desiderano

Affascini il mio cuore
che più si innamora
Eppure lui sa!

Sa che tu vieni e vai
Lo prendi lo streghi
Lo costringi lo abbandoni

Lo riprendi quando vuoi
Lo seduci un’altra volta
Se ti afferra ti allontani

Ecco che poi ritorni
Ancora Senza preavviso
Adesso sei qui, con me

Possiedi le mie mani
e non mi appartieni
Poesia di chi sei?






Fotogrammi in filigrana

Fotogrammi luminosi giocavano
sul tuo profilo attraente e rilassato
mentre ti guardavo tu dormivi
Poi tutto si faceva più opaco

Con sorprendente Poesia ti osservavo
con tenerezza, dissolvenza del vero,
scoprivo il volto tuo in primissimo piano
più fragile e sincero

Questa storia, pensavo, é nata proprio
per conquistarmi; mi piace, mi scalda, mi dona
sa legare i sogni, il presente, i ricordi.
Uno ad uno in filigrana





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