Archivia 11 Ottobre 2023

Il Carnevale

Ogni anno mi prende una grande eccitazione per il Carnevale. L’emozione di vivere per qualche ora nella pelle di un altro personaggio si impadronisce di me e mi mette una specie di frenesia addosso. Purtroppo non riesco mai a preparare per tempo il costume che vorrei.

Ogni anno, al termine dei festeggiamenti, faccio elaborati piani per farmi trovare pronta alla scadenza successiva, ma quasi mai ci riesco.

Non tralascio però di travestirmi, seppure con poco.

Quest’anno ho percorso a piedi mascherata da angolana il tragitto da casa mia al paese vicino, dove la ricorrenza viene festeggiata più in grande stile da grandi e piccini. Era una bella giornata mite benedetta da un sole caldo. Sono partita a piedi col volto coperto da una maschera e con una gran voglia di fare una passeggiata. Lungo il percorso ciclo-pedonale ho mietuto sorrisi benevoli da coppie di mezza età, sguardi sorpresi da automobilisti di passaggio, occhi sgranati da bambini in bicicletta, increduli che anche gli adulti potessero vivere così profondamente questa festa. Già il percorso di avvicinamento al luogo dei festeggiamenti è stato un divertimento. Ogni tanto si incrociava lo sguardo con altre maschere e subito era intesa, sorrisi abbozzati o addirittura uno scambio di battute.

Una volta sul posto, la musica ad alto volume, i carri allegorici, la quantità di maschere mi hanno travolto e alleggerito. Insieme a molte dozzine di persone abbiamo sfilato per le vie del paese. Ho chiesto a numerosi gruppi e singoli il permesso di fotografarli, alcuni costumi erano davvero originali.

Il tema proposto quest’anno dalla ProLoco del paese era il riciclo, dunque abbondavano ampi abiti femminili realizzati con cucchiai di plastica, con carta di giornale, con materiali vari di recupero. Alcuni uomini erano vestiti da rifiuto, con una tuta bianca e una grande R sulla schiena. Ho addirittura scorto un uomo vestito con un abito realizzato in Pluriball!

Dopo l’esibizione danzereccia, la distribuzione di “chiacchiere” e la premiazione delle maschere più originali, il mio tragitto verso casa è stato allietato dalla dolcezza del tramonto sulle campagne circostanti, questi paesaggi rurali costellati da vecchie cascine tranquille, non degne di nota, ma comunque a me care.

L’anno prossimo voglio vestirmi da Marianna (Maid Marian), l’arciera di Robin Hood.

Colazione letteraria

Io soffro di insonnia. Da quando è morto mio padre vivo nel terrore di una grande disgrazia che si abbatterà su di me, non avrò il denaro sufficiente per mantenere questa grande casa in cui vivo, finirò sotto i ponti sola e derelitta, dunque dormo poco e in modo disordinato.

Generalmente però mi faccio forza e quando mi sveglio, solitamente tra le 4 e le 6 a seconda se è un periodo buono o meno buono, mi alzo e comincio a fare quel che c’è da fare.

L’unico giorno che mi sono riaddormentata a letto con le mie bambine mi sono svegliata alle 10.15. Il giorno della colazione letteraria!

Mi ero tanto rallegrata alla notizia di questo evento, me l’ero segnato sul calendario, mi ero immaginata come sarebbe stata e poi arrivo in ritardo!

Dunque ho sfamato in fretta e furia le creature, sono uscita e mi sono precipitata alla biblioteca indicata. Chiusa.

Ho controllato: l’evento era programmato per il giorno dopo.

In fondo non era un male.

In macchina, decido di dirigermi a cercare il detersivo per la lavatrice che mi manca da giorni, intanto telefono alla mia amica Laura, notoriamente non avara di parole. Mi fermo da lei e le racconto della colazione, lei è subito entusiasta e promette di venire l’indomani.

Scrivo alle organizzatrici per avvisare che saremo forse in due. In realtà poi si aggrega anche la figlia di Laura.

Il giorno dopo infilo una tazza in vetro sottile, la mia preferita, in borsa (si sa mai che ci vogliano far bere da dei bicchieri di plastica… orrore!) e mi presento nel luogo indicato.

Mentre scendo dall’auto mi accolgono Laura e sua figlia. Entriamo in una piccola biblioteca di paese, linda, luminosa e moderna.

Ci sono tre tavoli doppi apparecchiati con cura: tovagliette di pizzo, piatti di ceramica, tazze multicolori e bicchieri uno diverso dall’altro.

Su un grande tavolo sotto la finestra sono allineate le pietanze del buffet, dolci, salate e indefinibili, le caraffe, il pane tostato, tutte cose un po’ particolari.

Su una graziosissima panchina in legno con un romantico cuscino sono ammonticchiati i libri della parte letteraria della colazione: Estasi, Colazione da Tiffany, Il grande Gatsby, Persuasione di Jane Austen e altri che non conosco.

Una giovane donna in una corta gonna di velluto nero a coste e una maglia a righe rosse e nere sta già leggendo. Porta un rossetto dello stesso colore della maglia e ha due occhi azzurri molto belli e luminosi. Qualcuno mi sussurra che è la figlia del primo bibliotecario del mio paese. Buon sangue non mente.

Niente castagne per me

Rovisto coi piedi tra le foglie secche del Parco Forlanini. Ho circa 8 anni, è domenica e i miei genitori, per una volta, mi hanno portato a fare una passeggiata nel parco anche se è inverno e fa freddo. Le castagne, con la loro forma arrotondata e il bel colore caldo e lucente, mi chiamano a sè. Le faccio scorrere tra le mani, me ne riempio le tasche del cappotto, le faccio suonare, le tiro raso terra a mio fratello, ma mi fanno smettere subito; mi piacerebbe usarle ma… a me le castagne non piacciono da mangiare. Dunque per me non sono utili. Sono belle però, questo sì. Un giorno ho provato a infilare una collana di castagne, con trapano e tutto. Alla fine però l’ho buttata via, il risultato non era molto… estetico.

Oggi delle castagne apprezzo l’odore. Le caldarroste di novembre in piazza del Duomo a Milano per me sono il simbolo dell’inverno arrivato.

Forse la mia mancata simpatia per le castagne è dovuta al fatto che nella mia famiglia non c’è mai stata la cultura delle castagne. In Germania credo che non si consumino, ad ogni modo mia mamma non ne ha mai fatto cenno. Mio papà ormai era lontano dalla cultura contadina, forse anche dal ricordo della povertà che le castagne simboleggiano.

Sono riuscita a mangiarle a mia insaputa settimana scorsa a casa della Vanda che, da buona emiliana, aveva organizzato una tagliatellata a casa sua in occasione della Befana. Solo dopo ho scoperto che quelle tagliatelle un po’ scure, dal sapore vagamente dolce, erano fatte con farina di castagne. Non erano poi così male, grazie soprattutto al saporito sugo di funghi porcini.

Cibo

Un frigorifero quasi sempre vuoto, ma…

una dispensa generosa

una tovaglia a quadretti rossi e bianchi

un piatto

una forchetta

un coltello

un bicchiere con poco vino bianco

un tovagliolo

un fornello acceso

un pugnetto di sale grosso

una pentola d’acqua

un po’ di grammi di carboidrati

un cucchiaio d’olio extra vergine

una pioggia di parmigiano reggiano

una musica di sottofondo

Totale = Zero appetito

Troppo tempo

Molto spazio

Abbondanza di mezzi

Tanta libertà, ma…

solitudine a volontà

Contadini

Dormite sopra un letto di terra

risvegliandovi ubriachi di aurore

Indorate i vostri corpi muscolosi

sotto un cielo azzurro propizio

Ricevete sole e perle di sudore

sulla faccia e sulle braccia

Spargete con le mani i semi

della Natura che si rinnova

Sentite in autunno l’agonia

delle foglie appesantite dalla brina

Osservate la vita che passa

attraverso le porte della morte

Loro credono in me

Tra un paio d’ore devo essere in ufficio. Sono quasi ventidue anni che lavoro nella stessa azienda e non mi ricordo nemmeno un giorno cosi duro.

Da qualche mese mi hanno aggiunto ufficiosamente un’altra mansione. Responsabile ufficio vendite oltre che contabile.

Il fatto è che sono entrata in una realtà dove l’azienda non naviga in buone acque e sono molto preoccupata per il nostro futuro. La direzione non sta effettuando una politica di analisi di commessa o analisi di costi, nessun controllo di liquidità. Io cercherò di propormi come responsabile di queste procedure per cercare di salvare capre e cavoli, ma nel frattempo altri responsabili cercano di mettere i bastoni fra le ruote.

Ogni giorno combatto con altri colleghi che non vorrebbero che io riuscissi ad ottenere quel posto. Nei giorni scorsi spesso mi sono sentita abbattuta, tanto da avere voglia di mollare. Ma tra le mie file si sono aggiunte quattro donne che mi seguono e lavorano duramente. Ogni volta che mi sento spossata e avvilita, una di loro mi affianca per qualche lavoro e io la guardo negli occhi. Loro hanno fiducia in me. Loro mi appoggiano. Come posso io mollare? Devo andare avanti anche per loro.

Che peso. E se non ci riuscissi? Se la direzione non dovessi darmi l’incarico? O peggio. Se mi dessero l’incarico e io non riuscissi nell’intento? Comunque ci proverò, non ho molta scelta, lo devo almeno a loro che credono in me.

Tenendoci per mano: I MELONI DI MIO PADRE

Sono nata in un piccolo paesino della Lombardia, dove gli inverni sono freddi e umidi e le estati calde e afose. Il vento non sapevo neanche cosa fosse. Io l’ottava di nove tra fratelli e sorelle, mio padre un padre-padrone. Quando avevo dodici anni mia madre morì, mio padre si risposò praticamente subito ed io, quasi la più piccola, imparai a fare da schiava ai miei fratelli più grandi. Fu così che appresi la gerarchia tra uomini e donne.

Mio padre commerciava in meloni. Avevamo campi e campi a perdita d’occhio, mio padre assumeva lavoranti per l’estate, che governava con pugno di ferro. Più tardi arrivarono le serre e più avanti ancora gli immigrati che lavoravano in nero per un tozzo di pane. I meloni si vendevano bene. Nella mia famiglia, nonostante fossimo in tanti, non abbiamo mai sofferto la fame.

Il giovedì e la domenica mio padre li caricava su un carretto trainato da due cavalli e li portava sulla piazza del mercato del paese vicino, a venti minuti di cammino. Là, sotto il sole, le massaie tastavano, annusavano, se li rigiravano tra le mani fino a scegliere il migliore, poi lo infilavano nella sporta a rete, a volte due, tre, quattro alla volta, e li portavano alle loro famiglie.

Io da bambina qualche volta aiutavo: mi arrampicavo in cima al carretto e sceglievo quelli che mi venivano indicati, ritiravo il denaro, quando fui in grado di contare davo anche il resto.

All’una, dopo aver ripulito lo spiazzo a noi assegnato, caricavamo l’invenduto e tornavamo a casa leggeri, dove la mia aveva preparato tre marmittone fumanti di pastasciutta al pomodoro, o la polenta. I miei fratelli ed io mangiavamo avidamente e in men che dica era tutto finito. A me toccava aiutare a rigovernare, poi si faceva il bucato e verso sera ci si ritrovava attorno al camino e alla stufa a legna a raccontare storie e a commentare i fatti della giornata mentre mia madre, le mie sorelle ed io ricamavamo. Le donne non dovevano mai essere inoperose, nemmeno nei momenti di riposo. Fu così che iniziai a preparare il mio corredo da sposa.

Poi non lo usai mai. Mi sposai presto, che il corredo non era ancora pronto, per sfuggire a quella vita di solo lavoro.

Conobbi mio marito in una calda sera d’estate profumata di fieno appena tagliato.

Siccome ero la ribelle di famiglia – ed essendo la penultima di acqua sotto i ponti ne era passata – decisi di saltare la cerimonia in chiesa e mi sposai solo in Comune, a Palazzo Reale a Milano. Per la mia famiglia fu uno scandalo e mi predissero morte e sventura. Fortunatamente non andò così male: con mio marito regalammo la vita a tre figli, che studiarono e ci diedero grandi soddisfazioni, vivemmo insieme fino a tarda età, in discreta salute e in buona armonia.

Quando morì mio padre, l’azienda fu rilevata da uno dei suoi fratelli più giovani, che aveva una nidiata di figli. Ogni tanto vedevo una delle sue figlie arrampicarsi sul pianale del furgone nella piazza del mercato e gestire le richieste di meloni delle massaie che, come nella mia infanzia, non mancavano. Le terre della mia famiglia sono ricche e i meloni ci crescono bene. Sono sodi, colorati, zuccherini. Ogni tanto ne sparisce qualcuno, dice mio zio, ma è nell’ordine delle cose. Una delle mie nipoti prenderà in mano le redini dell’azienda, lo vedo già, lei molto più capace e intraprendente dei suoi fratelli: ci sa fare con le signore, è gentile, complice, fa qualche euro di sconto e loro si sentono speciali, sentono di avere un’alleata, perché è donna, sta dalla loro parte. Mio zio è inflessibile e burbero, un gran lavoratore, ma con le persone non ci sa fare. Sua moglie lo assiste defilata, quasi spaventata e grata di quella figlia tardiva che le evita certe incombenze, questo regalo di Dio che sta tirando su le sorti della famiglia, con i suoi doni di diplomazia e il suo fidanzato instancabile lavoratore dalle mani d’oro, che ha rimesso a nuovo l’impianto elettrico di tutta la casa.

I miei fratelli sono tutti sposati, in chiesa naturalmente, e ognuno ha la propria famiglia. Non ci siamo spostati di molto, ci incontriamo ancora spesso per un motivo o per l’altro nei paesini intorno a quello dove siamo nati, spesso ci incrociamo al mercato o a qualche festa di famiglia. Io sono rimasta la pecora nera, ma nessuno mi deride più. La maggior parte di loro ha tresche o vive di apparenze, io amo mio marito: per strada ci teniamo per mano e aspettiamo la pensione mia per poter realizzare il nostro sogno di viaggiare. Nel frattempo mio marito si tiene impegnato, anzi, non ha un minuto libero e dice che non gli basta il tempo! Da pensionato!!

Appena è andato in pensione si è iscritto a un progetto di apicoltura alternativa, top-bar credo che si chiami, nel quale le api non vengono sfruttate come col sistema tradizionale. Nel giro di un anno ha fatto installare sul tetto della nostra casa pannelli fotovoltaici e un sistema di recupero dell’acqua piovana che ci fa risparmiare 600 metri cubi di acqua all’anno.

Le domeniche d’autunno traffica con i telai per gli alveari, le domeniche di primavera va alla ricerca di nuovi pascoli per le famiglie di api ormai cresciute, durante la settimana sforna pane e focacce che regaliamo ai figli e agli amici, poi si è aggregato a un progetto per far partire una comunità energetica nei paesi vicini, che purtroppo non si è realizzato. Mi sento fortunata quando riusciamo a fare qualcosa insieme!

P.S.

Stamattina,

passando la scopa per raccogliere i piumini di polvere,

ho trovato accanto al mio letto

un elastico giallo,secco, a forma di cuore,

un piccolo cuore.

Mi fa piacere pensare che sia

la tua risposta per me.

Mi sentirò meno sola.

Grazie,ti voglio bene anch’io.

Gabriella

Fratello

Ultima radice,

improvvisamente

strappata al mondo,

nera di dolore,

sola.

Sparita all’incontro ,

sfuggente mistero

di vita controcorrente,

oscura scelta di no.

Libera

Ti voglio bene.
Come vorrei un tuo “Ricevuto”

Gabriella

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